2006- Primavera e Autunno - Karahnjukar PERCHE'?
 

Karahnjukar la sconfitta del progresso.

 26 Agosto 2006.

Islanda : highlands del nord est.

Alle 10 attacchiamo il percorso di trekking che ormai da 5 anni proponiamo ai viaggiatori di Percorsi Etnici. L’escursione lunga 17 km da percorrere in circa 8 ore risale la meravigliosa vallata del fiume Jokuslà ì Fljòtsdal, uno dei grandi fiumi glaciali che sono originati dal versante nord del ghiacciaio Vatnajokull, il più grande ghiacciaio d’Europa. La vallata è caratterizzata da una serie di cascate giganti che, mano a mano ci si avvicina al ghiacciaio sono una più bella dell’altra. È un percorso unico, frequentato solo dalle pecore, dalle renne e dalla moltitudine di uccelli che in queste zone trovano il luogo ideale per riprodursi prima di intraprendere il volo migratorio di 10.000 km verso l’emisfero sud. Gli umani che si avventurano in questo percorso, qualche decina all’anno, sono solo quelli che con gruppi come il nostro di Percorsi Etnici si spingono in queste remote terre per poter essere dei testimoni di un mondo in via di cambiamento: le vallate verranno o sommerse dall’acqua dei bacini di Karahnjukar oppure, come nel caso di questa vallata che richiama gli scenari del film di Steven Spilberg Jurassik Park, verranno prosciugate.

Siamo in 15 e tutti psicologicamente caricati per affrontare questo trekking abbastanza impegnativo per il terreno e per la sua lunghezza. Sullo sfondo della valle, vicino al ghiacciaio, oggi si vede perfettamente il vulcano Snæfell (1880 m slm) la cima islandese più alta se si escludono quelle che sono coperte e inglobate dal ghiacciaio Vatnajokull. La cupola sommitale è coperta dalla neve dei suoi 3 piccoli ghiacciai perenni ed è bellissima, di forma stranissima,  indefinibile, posizionata sul panorama della valle dai fianchi verdi ricoperti di muschi fosforescenti, mirtilli e cespugli tipici delle regioni artiche.

Superiamo le prime 4 cascate soffermandoci ogni volta ad ammirarle soprattutto per la potenza del fiume che sembra fare accelerare decisamente la velocità della massa a pochi metri dal salto quasi come dovesse prendere lo slancio o il coraggio di tuffarsi nel vuoto. La nube di acqua polverizzata mi entra nelle narici e investe il mio corpo coperto dall’abbigliamento tecnico; il violento impatto con il raffreddamento dell’aria, conseguente al calore latente di evaporazione dell’acqua, trasmette una sensazione di rispetto e di paura a rammentarci che il pericolo in queste situazioni è sempre in agguato. In Italia siamo abituati a visitare cascate di dimensioni medio piccole. In Islanda le dimensioni sono 3-4 volte superiori e l’effetto della massa d’acqua che si precipita a grande velocità interrompendo la traiettoria orizzontale mette in difficoltà anche il più esperto escursionista. Sembra quasi di avvicinarsi ad un mostro che da un momento all’altro ti può inghiottire! E purtroppo ogni tanto questo avviene: sono diversi  gli escursionisti che in Islanda perdono la vita a causa delle cascate. L’effetto ipnotico della massa d’acqua ha causato diversi incidenti mortali e si avvisa sempre l’escursionista del pericolo che può presentarsi.

Prima di arrivare a Kirkjufoss, forse la più bella delle 9 cascate, dobbiamo attraversare a guado, un fiume piccolo che scende dalla parete sinistra della valle. Ogni anno percorriamo questo passaggio e sappiamo che è il piccolo momento di avventura per gli escursionisti che vengono con noi. Come sempre, mentre li prepariamo psicologicamente con delle simpatiche battute ad affrontare l’attraversamento senza scarpe e pantaloni, ci accorciamo che sul sentiero davanti a noi la strada è sbarrata da una massa d’acqua sporca che proviene dal versante scosceso alla nostra destra; anzi ora che vediamo bene avvicinandoci ci accorgiamo che le masse d’acqua che scendono dall’alto del versante sono due, parallele distanti circa 100 metri una dall’altra. Questi due torrenti d’acqua lo scorso anno non esistevano ed è impossibile che si siano creati da soli. Siamo sotto la quota in corrispondenza di uno dei tanti cantieri che stanno realizzando le gallerie delle condotte forzate di Karahnjukar e probabilmente gli scarichi dell’acqua sono una conseguenza di questi lavori. Ci tocca affrontare l’attraversamento dei due corsi d’acqua ben più impegnativi di quello previsto in quanto il letto dei torrenti scorre su terreno non consolidato. Entrando nell’acqua ci accorgiamo che il liquido puzza di olio o gasolio, è difficile capire, e che la stessa acqua è sporca di un fango untuoso. Memorizzo sul GPS le coordinate del guado riservandomi di cercare di capire cosa sta accadendo in questi luoghi incontaminati dall’uomo…fino ad oggi.

Il progetto di Karahnjukar è decollato nel 2002 con la realizzazione della strada che ha tagliato in due le highlands, il territorio di esclusiva pertinenza delle renne e degli uccelli migratori. La strada è stata creata per fare accedere i mezzi industriali alla area che è definita come la più grande area naturale d’Europa. Il progetto prevede la creazione di 9 dighe di cui 3 grandi dighe che serviranno a realizzare 3 bacini artificiali. Il più grande coprirà un’area di 164 km quadrati ed è quello che prevede la diga di agglomerato(cioè realizzata con terreni a granulometrie e consistenze variabili) più alta d’Europa che si appoggia al vulcano Karahnjukr. Tutto questo per fornire energia a bassissimo costo a una sola azienda americana: l’ALCOA grande multinazionale per la produzuine dell’alluminio. Prima l’uomo in queste “terre alte” non veniva se non per cacciare sporadicamente o per visitare l’altopiano caratterizzato da una infinità di pozze d’acqua e laghetti che hanno creato l’ambiente ideale per la riproduzione di centinaia di migliaia di uccelli migratori. Anche le renne, importate in Islanda dall’uomo, hanno trovato nelle highlands il territorio ideale per poter vivere e riprodursi. Ora tutto questo è minacciato dalla realizzazione di questo progetto che viene giustificato con l’ormai ambigua frase tanto usata:”il progresso non si ferma”. Già nel 2004 abbiamo raccontato, su queste pagine, del progetto Karahnjukar e dei suoi risvolti ambientali e sociali. Nel 2006 siamo ancora in Islanda per poter testimoniare quello che ormai nei paesi del primo mondo si sa già: le grandi dighe si sono dimostrate un grande fallimento in tutte le loro realizzazione. Hanno portato siccità, salinizzazione dell’acqua, impoverimento delle risorse vegetali e animali, impoverimento economico ai paesi che sono caduti nel loro miraggio e, alla fine, il guadagno c’è stato solo per chi le ha costruite e per chi ha gestito l’energia prodotta(in genere multinazionali dell’energia). I paese che hanno accettato la realizzazione delle grandi dighe proposte delle grosse corporations si sono ritrovate con debiti colossali da pagare alle stesse per rispettare i contratti che si sono rivelati dei veri e propri capestri. Per non parlare degli effetti devastanti sulla migrazione delle popolazioni costrette a espiantare da quei luoghi che per millenni li avevano visti convivere pacificamente ed in equilibrio con la natura. Ad oggi non conosciamo alcuna comunità che sia stata ripagata equamente almeno per 1 /10 di quello che ha perso. Neanche qui in Italia dove dagli anni ’20 le lobbies energetiche sono andate a caccia di valli per poter ottenere la concessione dello sfruttamento dei salti dell’acqua. Troppo fresca è ancora la ferita aperta dalla tragedia annunciata del Vajont del 1963 che ha causato oltre alle vittime e alla distruzione di interi paesi montani anche la distruzione di un tessuto sociale valligiano che era originario dalle popolazioni Cimbre all’epoca dell’Impero Romano. La tristezza che emana la valle del Vajont di fronte al cumulo di detriti che riempie la valle sarà una sensazione che l’uomo si trascinerà per diversi secoli.

Come ogni anno facciamo visita ai cantieri della IMPREGILO spa (si proprio lei, sempre lei quella della TAV, del MOSE, del ponte sullo Stretto di Messina, del passante di Mestre) che sta realizzando le gallerie e le dighe. Il villaggio degli operai posto a 600 m slm è diviso gerarchicamente in funzione del grado di assunzione nel lavoro: all’ingresso del campo c’è la palazzina della dirigenza italiana con tutti i comfort che l’ambiente artico richiede anche in inverno con bar, sala TV con mega schermo, sala di fitness, spaccio prodotti generali e riscaldamento funzionante. Più avanti sulla sinistra, in un vero e proprio quartiere con tanto di vie, i containers degli operai che vengono dal tutto il mondo (con la modesta paga di 6 $ l’ora) con lo scotch attaccato alle finestre per ridurre gli spifferi freddi, le pareti che scoppiano di umidità, le stanzette piccole e anonime, un piccolo ed insufficiente bar per ospitare i turnisti a riposo e il supermercato con i generi alimentari.

Ieri sono arrivato con il mio 4x4 alle officine dei mezzi industriali all’interno del grande cantiere di Karahnjukar. Questi grandi capannoni azzurri ospitano le attrezzature per la manutenzione dei veicoli: camion, ruspe e jeep; e per mantenere in efficienza tutti i tipi di attrezzature complementari alla costruzione delle dighe: dai semafori per il traffico nelle gallerie, alle trivelle, alle perforatrici, frese, nastri trasportatori ecc. Ero a caccia di un po’ di olio per il motore dei tre 4x4 di Percorsi Etnici. Avevamo attraversato il deserto di sabbia nera Dyngjusandur nel pieno di una tempesta di sabbia che aveva ridotto la visibilità a zero; la sabbia aveva intasato i filtri delle auto e di conseguenza i motori avevano consumato parecchio olio. Qui siamo a 4 ore di distanza dalla stazione di servizio più vicina e l’olio di scorta che avevo con me era già stato impiegato.  La scusa mi era sembrata buona per dare un occhio all’interno del campo e magari per avere dei contatti con degli operai. Entro nel capannone di destra e chiedo in inglese dove avrei potuto trovare dell’olio pagandolo. Il caso ha voluto che il primo operaio che ho incontrato era italiano e ci siamo subito messi a parlare di Karahnjukar. Sandro, di Pesaro, è li da giugno 2006 ed ha un contratto fino alla fine dei lavori della costruzione delle dighe, quindi fino al 2009 se tutto va bene. L’aspetto del ragazzo è un po’ trasandato con la barba lunga, la tuta blu tutta sporca, i capelli spettinati e gli occhiali con le lenti sporche. La mia sorpresa esplode quando mi dice che è qui in Islanda perché è l’unico lavoro che ha trovato dopo la sua laurea in Fisica. Laurea in fisica? Si: è laureato da un anno e mezzo e da allora non è riuscito a trovare lavoro in Italia. Si è adattato alla situazione e ha firmato come operaio elettrotecnico per Impregilo ed è stato spedito qui, nel nulla, per fare manutenzione agli impianti di servizio. Ha un aria furtiva e parla sottovoce, come se dovesse stare attento a non perdere tempo con gli estranei come me. Gli chiedo come si trova e l’espressione della sua faccia sconsolata mi risponde da sola. Domando se ha la possibilità di andare in giro il giorno di riposo a visitare i magnifici posti che ci sono attorno all’area di Karahnjukar e mi risponde sorpreso: ”davvero! Cosa c’è da vedere qui intorno perché non sappiamo nulla”! Gli spiego qualche itinerario da percorrere per visitare i posti nel raggio di 40 km. Gli operai ogni tanto hanno la concessione di potersi spostare con i 4x4 dell’Impregilo il giorno di riposo, ma è una cosa fatta di straforo perché l’azienda italiana non lo ha previsto.  Sandro non sa nulla di come si deve affrontare l’inverno qui e mi permetto, allora, di dargli dei consigli: a settembre avrà la prima licenza e passerà 15 giorni a casa e, con l’occasione, gli ho raccomandato di acquistare abbigliamento tecnico da montagna per vestirsi sia sotto che sopra i vestiti. La Impregilo fornisce agli operai una tuta da lavoro “invernale” che si riempie di condensa sin dal primo giorno e rende il lavoro infernale anche perché nei containers le tute bagnate non fanno a tempo ad asciugarsi per il giorno dopo.

Quindi ho raccomandato a Sandro di portarsi dall’Italia dei generi alimentari che gli possano ricordare casa anche quando dovrà stare rintanato nei container durante le bufere di neve quando i forti venti provenienti dal Polo Nord abbassano la temperatura fino a -40, -45°C.

Arriva un capomastro portoghese e l’atteggiamento di Sandro cambia di colpo e mi dice che probabilmente trovo quello che cerco nel capannone di fronte che è gestito da pakistani. Mi ha fatto capire che l’incontro è finito e che ci dobbiamo lasciare. Lo saluto gli faccio tanti auguri e vado a cercare il prezioso lubrificante. Nel capannone dirimpetto trovo il responsabile che però è islandese. Questi capendo la mia necessità, gentilmente mi consegna un bidoncino di 5 litri di olio sintetico per motore senza farmi pagare nulla! Paradossalmente…grazie Impregilo. Ritornando in dietro mi sono fermato allo spaccio che essendo domenica era chiuso. Cercavo delle pile per il telefono satellitare che erano in esaurimento. Sento parlare ancora un misto di italiano e mi dirigo verso un signore di circa 50 anni alto e vestito con abiti civili da montagna che dialoga con due portoghesi in una lingua mista e comprensibilissima. Chiedo cortesemente dove è possibile trovare delle pile e lui mi dice di seguirlo perchè: “dobbiamo “beccare” Johansonn che è quello che dalla sua auto esce fuori di tutto”. Mario, il nome di questo veronese robusto e maturo, è un autista di camion. Il suo aspetto tradisce un atteggiamento da persona colta, e quasi elegante e non si direbbe propriamente un camionista. Parla in perfetto italiano senza inflessioni dialettali, sembra un uomo di mondo. È qui da un mese e deve restare fino a settembre quando avrà la licenza, ma dice che non tornerà più in questo inferno. Non rinnoverà il contratto con Impregilo. Ha guidato i camion per una settimana nel turno di notte nelle gallerie di 70 km che porteranno l’acqua alla centrale idroelettrica, ma non ci vuole più tornare perché l’umidità e l’acqua che c’è nei tunnel rende l’ambiente insopportabile. Mi dice che non riesce neanche ad avere un minimo di generi di comfort per rendere le ore di riposo più accettabili e che a Karahnjukar non si trova nulla. Troviamo il magico Johansonn che, come da programma, fa saltare fuori dalla macchina le pile che cercavo. Non ho monete per pagarle e dato che non è possibile saldare l’ometto con la VISA propongo a Mario di fare uno scambio: lui mi paga le 3 mini stilo Duracell e io gli regalo un litro di vino. Mi guarda come se fossi un angelo caduto dal cielo: “io di solito non faccio di queste cose- mi dice timidamente- ma ti assicuro che in questo caso accetto con grande piacere!” Andiamo alla mia macchina per prelevare un litro di prezioso vino italiano destinati ai trekkers di Percorsi Etnic, facciamo lo scambio e ci salutiamo. Così ci siamo lasciati con un sorriso e con un po’ di calore umano scambiato. Vedo Mario allontanarsi a grandi passi verso il suo container nascondendo il litro di vino sotto la giacca e mi viene spontaneo fare un sorriso per quell’atteggiamento quasi infantile di un cinquantenne che ha ottenuto la sua tanto desiderata caramella.

Questo accadeva ieri e oggi siamo di fronte a una cascata d’acqua probabilmente pompata dalle gallerie. L’incontro con Mario mi illumina la mente: mi ha parlato di tunnel pieni di umidità e acqua che sgocciola. Sicuramente in galleria hanno problemi di falda. Certo stanno pompando fuori l’acqua delle falde tagliate dalle frese; probabilmente l’acqua sta invadendo i lavori. Ma l’acqua pompata è sporca, piena di liquido lubrificante delle frese che realizzano i tunnel e delle macchine operatrici e questo spiega la puzza di gasolio e il fango oleoso.

In sostanza stanno pompando acqua inquinata dal sottosuolo gettandola nel Jokuslà ì Fljòtsdal senza ritegno inquinando seppur con una piccola portata d’acqua uno dei fiumi più belli dell’Islanda. Se fosse il Po con tutte le sostanze inquinanti che riceve dal Piemonte, dalla Valle D’Aosta, dalla Lombardia,  dall’Emilia e dal Veneto non farebbero differenza 4 pompe che aggiungono acqua sporca di oli minerali, ma per un fiume che per millenni è stato perfettamente biologicamente e chimicamente pulito un getto di questo liquame può essere molto pericoloso.

La sera rientrando al rifugio con il gruppo faccio una deviazione. Mi inserisco su un tratto di strada che avevo notato all’andata che non è segnato sulle carte. Corrisponde più o meno all’altezza del ciglio della vallata dove questa mattina abbiamo visto i due torrenti inquinati d’acqua che venivano giù. I cartelli sono chiari: “Loaked vietato l’accesso ai non addetti ai lavori”. Percorriamo lo sterrato che finisce in una piazzola con 4 conatainers. I cassoni sono stai modificati: hanno il cielo aperto e sono stagni e pieni d’acqua. Due grossi tubi sbucano dal terreno e scaricano all’interno dei containers dall’alto una bella portata d’acqua. Poi dall’altro lato ci sono due scarichi che convogliano l’acqua al ciglio della valle per essere scaricata giù nel fiume. Ecco cosa hanno fatto: sotto passa il tunnel dove stanno lavorando e qui in superficie hanno “accrocchiato” una specie di depuratori del tutto insufficienti a pulire l’acqua pompata. Quanti di questi impianti ci saranno in 70 km di gallerie? Chi è a conoscenza di questa estrazione? Ci sono i permessi? Chi controlla gli agenti inquinanti? Quali saranno gli effetti sui fiumi? Sono tutte domande che abbiamo consegnato il giorno successivo ai nostri amici Grèta e a Guðmundur. I coniugi sono i leader della lotta alle dighe di Karahnjukar, controllati e seguiti nei loro spostamenti a vista dalla polizia come se fossero dei terroristi. Sono come noi, lui allevatore di mucche da generazioni, lei impiegata a Egilstaðir con due figli splendidi. Vivono in campagna nella simpatica fattoria sulla valle del fiume Grìmsa a 18 Km da Egilstaðir e svolgono la loro vita normale. Hanno solo il “difetto” di capire e dire con la voce che è assurdo fare 9 dighe per dare energia ad una sola unica azienda americana per produrre alluminio con manodopera di extraislandesi.

Già il giorno dopo Guðmundur, eludendo la macchina civetta della polizia che sta piantonata a 500 metri dalla casa loro, si è precipitato a piedi a fare un prelievo dell’acqua e dei fanghi delle due gettate d’acqua. Ci ha messo 6 ore a piedi  (!) tra andare e venire. Ho visto, poi, il vasetto d’acqua con il campione: il colore è bianco latte come quello degli oli emulsionati. Il fango untuoso, invece, ha un colore grigio topo assai poco raccomandabile. Manderanno i campioni ad analizzare a Rejkyavìk e speriamo che non trovino nulla di pericoloso. In ogni caso Savingiceland (www.savingiceland.org), l’organizzazione ecologista che per prima si sta battendo per la salvaguardia del proprio territorio, è stata avvisata e Percorsi Etnici ha fatto la sua piccola parte per cercare di proteggere una terra tanto bella quanto fragile che da pochi anni è in mano a chi di progresso non ne capisce proprio niente. Abbiamo trasmesso le coordinate geografiche anche di un altro posto nascosto con gli stessi impianti fatiscenti di depurazione trovati casualmente il giorno successivo sperando che qualcuno con l’aereo faccia delle foto dall’altro e rintracci altri impianti fantasma se ce ne sono.

La diga di Karahjukar ormai è pronta, mancano poche settimane. Un comunicato della Impregilo ha dichiarato che entro settembre cominceranno le prove di invaso. Gli islandesi che da 5 anni si stanno battendo inutilmente per fermare questo orrendo brutto esempio di come il progresso significa solo progresso dei ricchi e non dell’uomo, hanno deciso di effettuare una celebrazione per commemorare la morte dell’area naturale più grande d’Europa. Percorsi Etnici cercherà, se si riesce a sopportare la spesa del viaggio, di essere presente a questa cerimonia per testimoniare più la celebrazione della stupidità umana che la perdita di un territorio bellissimo per sempre.  Guarda caso proprio a causa dell’allagamento del bacino artificiale più grande, è stato deciso di abbattere circa 300 capi di renne perché la riduzione dell’area del loro territorio comporterà un sovraffollamento dello splendido animale compromettendone la sopravvivenza. La stupidità genera la stupidità!   

Siamo tutti coscienti di essere anche noi responsabili di quello che sta accadendo in Islanda. Il Cervantes in Don Chisciotte scriveva:” Il sonno della ragione genera mostri”. È proprio vero, ma i mostri generati siamo noi che veniamo tacciati per dei piantagrane o loro che distruggono il mondo?

 

Marcello Stampacchia e Adriana Ferracin

Percorsi Etnici Onlus

 

Treviso

www.percorsietnici.net

info@percorsietnici.net

 

 

per informarsi di più:

 

www.savingiceland.org

www.inca.is/show/

http://this.is/nature/

 

 

 

 

          

>>> Le foto dei LAVORI   nel 2006 foto di Percorsi Etnici