Lo sviluppo a tutti i costi:

Karahnjukar Project

 

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Casella di testo: Questa sera il primo a prendere la parola è il marito di Greta, Gudmundur, baffi, faccia scavata da un lavoro duro in una terra difficile, lentamente scandisce le sue parole: “io sono un contadino” ci dice in lingua islandese ” che ha sempre vissuto qui nella mia fattoria, non sono mai stato a Reikjavik  e da generazioni la mia famiglia conosce ogni angolo della nostra regione. Quando ho saputo che avrebbero costruito 9 dighe a ridosso del Vatnajokull (il più grande ghiacciaio al modo dopo la Groenlandia n.d.r.) per servire una sola azienda, l’ALCOA, ho capito che l’Islanda era in pericolo.” Le persone presenti ascoltano in silenzio le sue parole che vengono tradotte in italiano da Matthildur, la nostra responsabile islandese dei progetti. Gudmundur continua: “ se il progetto andrà avanti l’Islanda potrebbe essere in serio pericolo perché in questa terra tutto è in un delicato equilibrio da milioni di anni”. Ascoltiamo le parole con molta attenzione. “Nessuno ha chiesto a noi, che viviamo da sempre in questi territori, se fosse giusto o meno sviluppare questo progetto, nessuno del governo ha pensato di informarci che il territorio sarebbe stato cambiato, che sarebbero arrivati più di 1000 operai dal tutto il resto del mondo per farli lavorare in una fabbrica che non è nemmeno islandese. Il progetto non è per noi islandesi, non è per la nostra terra e si sta facendo tutto questo per interessi economici che non hanno nulla a che fare con noi islandesi”. Rimaniamo spiazzati dalle affermazioni  di Gudmundur. Fino ad ora eravamo convinti che ci fosse un problema legato alla crisi economica dovuta allo spopolamento dei territori del nord est. Che il progetto Karahnjikar era nato per rilanciare l’economia della zona, ma ora tutto è rimesso in discussione. Prende la parola Greta, bionda con i capelli a baschetto e un sorriso dolce sempre pronto a disarmare. Ci parla in inglese perfetto: “noi nel nord est dell’Islanda non abbiamo bisogno di realizzare fabbriche nuove, il tasso di disoccupazione è pari al 2-3% ma è funzionale. Se una persona cerca lavoro da noi lo trova, che bisogno c’era di realizzare dei laghi artificiali, una fabbrica di 400 operai e un villaggio di containers di 600 persone in questa zona? Che ricaduta economica  avrà sugli islandesi un progetto che è destinato a ricevere materiale che viene dall’altra parte dell’oceano, che sarà trasformato da persone che non sono islandesi e che sarà spedito in tutto il resto del mondo?” In cerchio nella stanza riscaldata dalla stufa a kerosene stiamo attenti a non perdere nessun passo del discorso, e aggiunge “noi ci sentiamo come un paese del terzo mondo: sono arrivati gli americani e con la Banca Mondial, hanno deciso cosa serviva a loro, non ci hanno chiesto niente e stanno devastando il territorio, l’area naturale più grande d’Europa per il LORO sviluppo.” Le affermazioni di Greta sono delle lame, il governo islandese è caduto nella trappola nella quale sono caduti uno ad uno tutti i paesi invia di sviluppo che ora sono indebitati fino al collo con le Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e gli USA. Hanno già fissato il prezzo del Kwatt/h da fornire all’ALCOA che è bassissimo. “non può essere reale un prezzo così basso per la corrente. Quando gli impianti andranno a regime ci accorgeremo che il costo della trasformazione dell’energia elettrica sarà molto più alto, ma a quel punto non potremo più fare niente. L’ALCOA  ha investito in Islanda perché riuscirà a produrre l’alluminio da rottame strappando un  costo di energia elettrica bassissimo e un costo di manodopera internazionale ridicolo: 6 dollari all’ora!.”(Pag. 3)
 
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