Lo sviluppo a tutti i costi:

Karahnjukar Project

 

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Casella di testo: Ma la trappola è stata architettata bene dalle aziende americane. Già alla fine degli anni ’90 l’Islanda era stata messa in serie difficoltà dalla devastazione nel sud dell’isola dovuta all’eruzione subglaciale del vulcano Grìmsvotn che aveva causato una esondazione dal ghiacciaio Skeidàrarjokull. In quell’occasione per 4 giorni si riversò in mare, provenienti dalla lingua del ghiacciaio, una portata d’acqua pari a 4 volte la portata del Rio dell’Amazzoni. Questa violentissima inondazione aveva distrutto due ponti della Ring Road e diversi chilometri della via principale di comunicazione del sud del paese. L’isola rimase tagliata in due dall’interruzione della strada e la ricostruzione dei due ponti aveva creato un  problema economico insormontabile per un paese con solo 250.000 contribuenti. L’Islanda non aveva la copertura finanziaria per la realizzazione delle due opere. Gli Stati Uniti intervennero finanziando la ricostruzione dei ponti e la sistemazione della Ring Road. Oggi, a distanza di 8 anni da quell’evento, percorrendo le strade islandesi ci siamo accorti che ormai l’80% della ring Road è stata rifatta e asfaltata, una galleria, inutile, di 1800 metri è stata realizzata per superare una sella vulcanica vicino a HOEFN. Un’opera dal costo altissimo insostenibile per l’economia dell’isola. L’Islanda si è venduta al miglior offerente.
Greta è molto coinvolta in questa vicenda e ha anche un po’ di paura. La polizia dal giugno di quest’anno la tiene sotto controllo, la segue in macchina e per diversi giorni sono stati appostati presso la sua fattoria dei poliziotti in borghese con tanto di binocoli. E’ incredibile che chi cerca di proteggere pacificamente la propria terra debba essere considerato un terrorista da tenere sotto controllo. Mentre scambiamo alcune opinioni tra noi italiani prende di nuovo la parola Gudmundur e con voce molto seria e grave dice: “ ho fatto una promessa: se il progetto Karahnjukar sarà fermato ho deciso che me ne andrò via per sempre dall’Islanda”. Rimaniamo sbigottiti, un contadino islandese ama talmente la sua terra che è disposto a rinunciarvi piuttosto che vederla distrutta. E aggiunge:” se il progetto delle grandi dighe continuerà, noi saremo probabilmente l’ultima generazione che vivrà in Islanda”. In questa promessa e in queste ultime parole sta tutta l’angoscia del popolo islandese, ancora troppo inesperto per affrontare problemi ecologici, sociali e di grandi giochi di potere. L’ingenuità delle persone che abbiamo di fronte dimostra come sono stati presi in giro e come fino a pochi anni fa la vita nell’isola scorreva in maniera lineare, senza troppi inganni. Probabilmente anche qui hanno avuto in passato problemi di corruzione, di favori o di tangenti ma con le ultime due legislature del primo ministro Halldór Ásgrímsson gli eventi hanno dimostrato un salto di qualità del malgoverno che ha sorpreso tutti gli islandesi. Si stanno appellando a noi, alle nostre esperienze di battaglie ai nostri sistemi di comunicazione. Ma se non c’è la reazione degli islandesi non può esserci opposizione ai progetti del governo. E gli islandesi cominceranno a muoversi solo quando il loro governo sarà sottoposto ad una pressione internazionale di opinione che costringerà al primo ministro a rivedere il progetto che prevede 110 dighe entro il 2020 nel paese del ghiaccio fuoco e acqua. (continua prossimamente)
Marcello Stampacchia
 
 

 

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